Liceo Artistico Toschi di Parma: recensioni 3B Audiovisivi e Multimedia

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Recensioni a cura degli studenti e delle studentesse della classe 3B Audiovisivi e Multimedia, coordinata dal professore Michele Gennari.

Recensioni Colin in bianco e nero

Colin Kaepernick, Ava DuVernay (2021)

 

Recensione di Donagemma Vittoria

Girata nel 2021 e ideata dagli autori Colin Kaepernick e Ava DuVernay, la prima puntata della serie Colin in bianco e nero si dimostra un efficace salto nel tempo attraverso la storia della comunità afroamericana fornendosi del basket come rampa di lancio. La serie mette sullo schermo l’ex giocatore Colin Kaepernick attraverso la sua adolescenza e le battaglie che dovrà affrontare. Siamo a Turlok in California dove Colin ( Jaden Michael), adottato da una coppia americana, comincia piacevolmente a scoprire le usanze della sua comunità d’origine, in questo caso le treccine ai capelli, incoraggiato dall’amico Ryan (Amarr M. Wooten); ancora però non sa che dietro l’angolo si nascondono pregiudizi, moti di disagio e paura, non solo nel mondo esterno ma perfino nelle persone a lui più care.  Trovando forza nel suo idolo del basket Allen Iverson (vincitore del premio Rookie nel 1997), Colin dovrà affrontare la fatica del passaggio all’età adulta combattendo contro le critiche e le ingiustizie della società nella quale riecheggia una parola in particolare: “delinquente”. La visione è resa efficace dalla scelta di posizionare il personaggio di Colin su più piani, il protagonista è infatti narratore della sua stessa storia nella quale il pubblico viene guidato come in un museo. Le esperienze del protagonista, insieme a diversi contesti storici e contemporanei, sono con cura proiettate su pareti spoglie come film sul grande schermo; la figura di Kaepernick, ora divenuto adulto e attivista, è la guida degli spettatori attraverso questo viaggio. Egli spiega in modo chiaro e conciso la storia di questa comunità intrecciandola con la contemporaneità.  La critica sociale non manca; vengono citati più volte politici, proteste e movimenti, come il “Black Lives Matter”, coinvolgenti la comunità afroamericana, la quale si dimostra dotata di forza, grande spirito d’accoglienza e aiuto reciproco. Non vengono però tralasciate le grandi innovazioni portate da questa etnia: il viaggio del pubblico approda su più mondi come la musica ed il genere inventato da Clive Campbell (in arte DJ Kool Herc), la nuova forma di danza chiamata hip hop, l’abbigliamento e l’arte per citarne alcuni; tutti introdotti dai loro fondatori. Ben costruita e adatta a qualsiasi pubblico, la serie Colin in bianco e nero sarà capace di proiettarvi all’interno di una storia accattivante e dai contenuti profondi, piacevole da guardare ma allo stesso tempo capace di farvi riflettere.

 

Recensione di Nicolas Valesi

Grazie alla collaborazione con la regista, produttrice e sceneggiatrice Ava DuVernay, l’ex giocatore professionista di football Colin Rand Kaepernick porta in campo una mini-serie di sei episodi, campo del cinema a lui finora sconosciuto, ma che già dal primo episodio sembra riuscire a gestire in quasi tutti i suoi complessi aspetti. Attivisti per i diritti delle persone nere, il duo DuVernay-Kaepernick, anche grazie alle proprie esperienze passate, affrontano un tema sempre più frequente e condiviso, quello della discriminazione razziale. Già con ‘Selma – La strada per la libertà’ (candidatura all’Oscar) e con il documentario ‘XIII emendamento’ la regista aveva affrontato questa tematica, mettendone in luce alcuni aspetti, ma con questa serie distribuita e prodotta nel 2021 da Netflix la DuVernay tenta approccio diverso quanto originale. Infatti, l’ex quarterback dei 49ers di San Francisco decide di raccontare sé stesso in ‘Colin in bianco e nero’, presentando sullo schermo quella che è stata la sua travagliata adolescenza negli anni 2000’.

Il primo episodio già nelle sequenze iniziali, grazie alla presentazione di Colin Kaepernick in persona, che costituisce quindi il motore narrante della storia, immerge lo spettatore nell’ambiente sociale e culturale degli Stati Uniti durante la sua gioventù. Colin è un ragazzo di colore, adottato però da una famiglia statunitense bianca. È su questo contrasto, all’inizio quasi inesistente ma che poi si prende sempre più spazio, che DuVernay gioca, passando prima la palla ad un Colin 34enne, che commenta le varie scene dentro una sorta di stanza mentale, poi ad un Colin diciassettenne (Jaden Michael) in travaglio con il problema della capigliatura, e la madre, che vacilla tra l’aiutare il figlio e quello di rassegnarsi. È con questo espediente, la continua indecisione del Colin adolescente sulla propria acconciatura, che la trama ci dà un assaggio di temi molto cari a Kaepernick e a DuVernay: l’accettazione di sé, il conflitto adolescente-genitore, i fraintendimenti e la discriminazione razziale (qui saggiata molto lievemente, che aleggia nell’aria ma non interviene, rimanendo passiva). Se da una parte questa storia è divisa in 6 parti, che ha quindi occasione di approfondirsi in altri episodi, dall’altra il ritmo alternata dalle sequenze Colin-madre/Colin-stanza mentale crea disorientamento, ma ciò non rovina il quadro generale, che quindi riesce a ritrovare la sua stabilità condendo i passaggi tra le varie sequenze con aneddoti riferiti a personaggi neri di spicco nella scena sia sportiva che musicale degli anni ‘90, come l’idolo di Colin, il cestista Allen Iverson (cui Colin si ispira per il look).

Kaepernick e DuVernay con questo primo episodio di Colin in bianco e nero fanno un buon lavoro di squadra, portandosi a casa una meta buon riuscita, trasmettendo un appello allo spettatore sulla consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda, nonché della parità di diritti e dell’attivismo contro la discriminazione razziale. Forse è grazie all’atmosfera generale, o al carisma che Colin imprime nel parlare di sé stesso, che il primo episodio ci invita ad accogliere, e a comprendere, un mondo così vicino a noi, ma che forse trascuriamo troppo, quello della diversità culturale, e con essa tutte le opportunità che ci può offrire.

 

Recensione di Annalisa Regni

Colin in bianco e nero è una serie Netflix che racconta la vita di Colin, un atleta nero adottato da una famiglia bianca, alle prese con le disparità ai danni degli afroamericani. La particolarità di questa serie è che è raccontata dal Colin adulto, il vero Colin, quello che nella vita reale lotta per contrastare le diseguaglianze causate dal colore della pelle e da una società ancora piena di stereotipi. Nella puntata vista in classe vediamo Colin che tenta di riconoscersi in uno dei due “schieramenti” sociali. Da una parte vediamo i genitori che lo hanno cresciuto come avrebbero fatto con un figlio naturale, dall’altra vediamo le influenze del suo amico, dei musicisti e degli atleti afroamericani. Un particolare che lo attira parecchio sono le treccine. All’inizio sua madre è scettica a riguardo ma poi, guidata probabilmente dall’amore verso il figlio, cede e lo accompagna da una parrucchiera nera, con la quale il ragazzo entra in sintonia. In seguito, inizia anche a seguire la moda hip hop e non più quella borghese che gli veniva imposta dai genitori. Il suo nuovo stile e soprattutto l’acconciatura lo mettono in difficoltà con il basket. Nonostante il suo enorme talento, l’allenatore gli dà un ultimatum: se non scioglie le treccine non è più ammesso nella squadra. Colin è quindi in difficoltà, deve decidere se abbandonare lo sport oppure se assecondarlo rinunciando però alla sua identità. Chiede dunque ai suoi genitori di convincere il coach a cambiare idea, ma loro rifiutano. Colin allora chiede il perché di questa loro decisione e perché lui dovrebbe tagliarsi i capelli. Sua madre gli risponde dicendogli “perché dopo sembri un delinquente”. La risposta è tagliente e Colin non se lo sarebbe mai aspettato dalla persona che più di tutti dovrebbe stargli vicino e supportarlo. La puntata si conclude dunque con il vero Colin che ragiona sul significato della parola delinquente, portando filmati di cronaca attuale, come ad esempio l’assalto al Capitol Hill di due anni fa. Infatti, un’altra caratteristica che ho apprezzato molto – oltre al vero Colin come voce narrante – è l’inserimento di video di persone e fatti di cronaca attuale, che quindi tutti possiamo cogliere. Penso che sia un’ottima trovata perché ci fa ragionare su com’è il mondo moderno, in che società viviamo e su quali problematiche, come quello della disuguaglianza, vanno cambiate. Secondo me, anche se ho visto solo un episodio, è una serie che fa riflettere su cosa succede nel mondo. Non è fantascienza, è vita quotidiana, quindi è tutto vero e questa storia ci può far riflettere e lasciarci qualcosa dentro.

 

Recensione di Sara Saccani

Moderno e coinvolgente. Ava Duvernay regista precedentemente candidata all’Oscar per il miglior documentario, ha dato vita assieme a Colin Kaepernick, una serie TV sull’adolescenza del campione, per trattare di discriminazione razziale. Il protagonista si confronta col ragazzo che fu negli anni ’90, per poterci parlare di attualità. Intarsi grafici come collage di riviste accompagnano la narrazione, rendendo l’insieme più dinamico. Ci si sofferma maggiormente sulla parola “Thug”, ovvero “delinquente” per denunciare qualsiasi diversità, come ad esempio il trattamento dei capelli, il modo di vestire o la nazionalità, facendo in particolar modo riferimento ai discorsi dell’ex Presidente d’America Donald Trump.

A 15 anni Colin pratica Basket e football americano a Turlok in California, è apprezzato dagli allenatori per le sue qualità, che tuttavia non transigono su determinate regole che opprimono la libertà di espressione e culturale del protagonista. A casa i suoi genitori adottivi cercano di integrarlo alla società del posto, che comprende però solo un etnia e ne soffoca le altre. A preoccuparsi maggiormente per lui, è la madre, che in primo luogo cerca di aiutarlo e assecondarlo, dimostrandosi impreparata, titubante e a tratti disprezzante, per quanto ami il figlio.  Colin desidera diventare come Allen Iverson (anche soprannominato “The Answer”), giocatore di basket del momento, famoso per come combatte per la sua cultura, ribellandosi non alle regole, ma alle persone che gli impediscono di essere chi vuole. Altrettanto farà il nostro protagonista per trovare se stesso e ciò che lo identifica, senza mollare le sue passioni.

A livello di narrazione (nel primo episodio), si è data troppa importanza al secondo atto, rimanendo privi di tempo e con molti concetti da esprimere, ci si è salvati con salti temporali, che per quanto chiari, possono lasciare insoddisfatto lo spettatore, trovatosi inaspettatamente su un filo narrativo privo di dettagli e affrettato. Nonostante il finale soggettivamente incerto, rimane invariata la curiosità sul verso che prenderà il racconto, tra le avversità e i sacrifici del giovane Colin.

 

Recensione di Santiago Copelli

Colin in bianco e nero è una miniserie Netflix composta da 6 puntate in cui viene raccontata l’esperienza al liceo di Colin Kaepernick, ex giocatore di football. Nella prima puntata viene presentato Colin, la sua famiglia, il liceo che frequenta, la zona in cui abita ed il contesto sociale di quei tempi in America, all’incirca negli anni 2000. Colin è un ragazzo nero di 14 anni, è stato adottato e vive in un quartiere di bianchi. In questo periodo il razzismo in America è un tasto dolente, e Colin è alle prese con la discriminazione, che pian piano si accentuerà con il passare degli anni, nelle puntate seguenti. È un ragazzo educato e solare, ha la passione per il football, per il baseball e ama essere apprezzato da chi lo circonda. Il protagonista decide nella prima puntata di farsi le treccine, ispirato dalla leggenda del basket Allen Iverson, e questo lo porterà ad affrontare per la prima volta alcuni scontri con una società che giudica e lascia senza dignità ogni individuo che non faccia parte della “dominanza bianca”. Le treccine erano in quegli anni considerate sinonimo di delinquenza, e Colin sarà costretto dal suo allenatore di Baseball a disfarsene per questo luogo comune che ormai era diventato frequente tra la gente bianca. Gli stessi genitori adottivi di Colin cercano di sostenerlo e aiutarlo ad affrontare il razzismo, ma allo stesso tempo lo intimano a togliersi le treccine per dare l’impressione di essere “un nero di quelli buoni”.  La storia è raccontata in prima persona da Kaepernick, che in età adulta ricorda e narra il suo passato. La contestazione storica è data in modo documentaristico con la sequenza di inquadrature che raffigurano la musica, il ballo, la moda e lo sport degli anni ‘90/2000. Queste immagini sono utilizzate soprattutto come denuncia alla discriminazione raziale ed ai pregiudizi contro i neri. Inoltre, all’inizio della puntata, ci vengono proposte delle inquadrature che rappresentano la classificazione e la scelta al draft dei giocatori di football, e Kaeperick le associa alla selezione che i negozianti bianchi facevano nella vendita di persone nere. Il protagonista ci racconta la sua vita liceale dall’interno di una stanza dalle pareti vuote in cui vengono proiettate a noi ed allo stesso Colin le vicende della storia, che a volte interviene direttamente sulle immagini proposte. Geniale e innovativa la resa grafica che collega il Colin del passato e quello del presente, meno originali e interessanti le caratteristiche stilistiche della storia in sé. Tuttavia, la puntata tratta di temi importanti e li trasmette in modo attuale e realistico.

 

Recensione di Letizia Savogin

Colin Kaepernick e Ava DuVernay scrivono la sceneggiatura in cui presentano una difficile realtà vissuta in America, differenze culturali tra bianchi e neri. Colin in bianco e nero è una breve serie TV che racconta la storia di Kaepernick, l’attore che interpreta il narratore dei suoi anni giovanili e formativi per diventare l’attivista e giocatore di football professionista che è oggi. Ci vengono presentate le diverse problematiche che il quattordicenne affronta nella vita di tutti i giorni in modo giocoso quasi ironico e divertente, ma che riescono a catturare l’attenzione dello spettatore perché argomentate con storie realmente accadute, su ambiti interessanti e facilmente recepibili che contrastano con le interviste e i giornali che riportano pezzi ardenti e significativi della storia, inseriti tra una scena e l’altra. La relazione tra l’adolescente e l’adulto è messa in atto tramite un gioco di sguardi, uno passaggio di parola in cui dove si interrompe una discussione entra in scena una spiegazione o una anticipazione. Le relazioni e interazioni con gli altri personaggi sono ben distinte grazie alle distanze e le incertezze che i suoi genitori e i suoi insegnanti pongono sulla sua cultura. Se da una parte Colin non riesce a trovarsi e a capire veramente chi è, dall’altra sappiamo che in mezzo alla gente delle sue stesse origini può essere chi vuole, grazie alle accoglienti e familiari usanze a lui riservate. Se a primo impatto i sottotesti e le aggiunte di spiegazioni che escono dalla vera trama della storia ci sembrano banali o di troppo le apprezziamo realmente quando ci insegnano qualcosa di nuovo su qualsiasi livello. La scelta di iniziare un argomento che tocca molti in maniera impegnativa con un dettaglio ritenuto magari da moti poco importante, riesce infine a farci entrare nell’ottica di come qualsiasi dettaglio nella loro vita fosse fatto diventare motivo di discriminazione. Come da copione una serie tv lascia sempre l’amaro in bocca a fine episodio, che ci spinge a continuare alla visione di essa. In ogni episodio viene affrontato un problema differente da quello precedente,  che allontana sempre di più Colin dalla cultura della sua famiglia e lo avvicina alla sua precedente, lasciando però un conflitto con uno dei personaggi.

 

Recensione di Ioana-Mihaela Chiriac

Autentico e pragmatico, Colin Kaepernick e Ava DuVernay mostrano tramite una serie presente su Netflix una nuova visione della storia afroamericana. Essa viene introdotto dallo stesso Keapernick come voce narrante, mostrando le sue difficoltà adolescenziali nel mondo del football americano e la sua integrazione con la sua stessa gente, incorniciando nel mentre anche personaggi famosi di colore che simboleggiano la loro cultura; tale occasione viene accolta dagli spettatori anche grazie a DuVerney, la prima regista afroamericana candidata agli Oscar nel 2015 portando il miglior film “Selma- La strada per la libertà”, dove lei stessa nei suoi film vuole spingere il pubblico ad ammirare e cercare le radici della loro storia.

Questa successione di episodi porta a cogliere un ampio pubblico di diversa etnia ed età, rendendo utile anche nel ambito scolastico ad ampliare l’inclusione, ma porta al tempo stesso una meditazione sulla visione differente nell’esprimere la descriminazione, classismo e differenza culturale. Questi argomenti molto contrastanti, nel ambito cinematografico vengono letti in maniera molto semplice ma con un grande impatto emotivo, sonoro e visivo, soffermandosi tra un documentario e un’autobiografia, in cui giovani del momento possono infatizzare con Colin anche in mabito psicologico adolescenziale e non rendendo obbligatoriamente le scene troppo disagevoli. Lo sport include diverse emisferi e il football americano è uno di questi; il gioco di squadra che risale al 1920 inizialmente era composto solo da persone di etnia chiara, per colpa della descriminazione del periodo, ma il tempo passa è rende lo sport più indulgente o è solo una strategia di gioco?

Ecco una delle domande fondamentali  in cui Kaepernick e DuVernay vogliono provare a rispondere, il quale probabilmente hanno aperto molte critiche da diversi coach famosi, ma appoggiando anche una dura realtà, ovvero quella di catalogare in maniera ambigua e sbagliata i giocatori di football americano. Tale argomento viene rafforzato da personaggi in cui Colin stesso ammirava, ad esempio Alan Anderson, un professionista nella NBA, là dove lui portava le treccine e in tanti lo criticavano per questo.

Questa feroce accusa del passato, come dimostrano Colin e Ava, è presente nei giorni d’oggi ancora, portando argomentazioni politiche e storiche che lo dimostrano in modalità differenti, ora più che mai abbiamo la possibilità di cambiare prospettiva, come nel gioco di squadra del football, avendo una meta ben precisa: fidiamoci della nostra forza nel cambiamento, amiamoci per quello che siamo, un giorno lo capiremo; ecco come simboleggiano la fine di questo percorso.

 

Recensione di Angelica Mora

Colin in bianco e nero, disponibile sulla piattaforma di streaming Netfilx dal 29 Ottobre 2021, è una miniserie di 6 episodi dalla durata di circa 30 minuti ciascuno che ci trasporta agli anni di formazione del giocatore di football americano Colin Kaepernick. Questi ricordi vividi vengono riportati in vita accompagnati dallo stesso quaterback, che trova qui la possibilità di osservarli in terza persona a distanza di anni, riscoprendo le sue prime conquiste sportive e il suo “viaggio” alla scoperta e accettazione della sua etnia e cultura, non sempre facile essendo cresciuto come ragazzo nero adottato da una famiglia bianca. Il primo episodio della serie, intitolato “Cornrows” (o in italiano “Treccine”), vede il giovane Colin alle prese con la scoperta di uno stile e di un mondo a lui prima sconosciuti. Il ragazzo frequenta la terza media, è all’inizio della sua adolescenza e inizia a sentire il bisogno di cambiamento: consigliato dal suo amico e ispirato dal suo idolo del basket decide di rinnovare il suo armadio e di cambiare acconciatura, scegliendo le treccine. Dovrà affrontare diversi ostacoli prima di riuscire a sentirsi effettivamente a suo agio con questo nuovo look; Colin è stato adottato da due genitori bianchi ed è cresciuto in un quartiere nel quale la cultura nera è completamente sconosciuta, se non anche da molti ignorata o disprezzata. Dopo un primo tentativo attuato per mantenere delle treccine fatte di nascosto, troppo strette e scomode, sua madre cercherà di assecondarlo pagando per lui una prima seduta da un parrucchiere di etnia africana, ma trovandosi poi terribilmente a disagio ogni volta nell’accompagnarlo. È in questo ambiente, però, che Colin inizia ad acquistare sicurezza in sé stesso, a concentrarsi e dare finalmente di nuovo del suo meglio nello sport: scoprendo un nuovo look e nuova musica tratti dal basket e dalla cultura hip-hop riesce a scoprire tanto anche di sé. È  proprio qui nella serie, purtroppo, che il fattore di un pregiudizio razzista intorno a lui, finora più velato e silenzioso, inizia davvero a fare rumore. Il ragazzo riceve ora critiche da parte di compagni, insegnanti, allenatori e dei suoi stessi genitori: il suo aspetto è quello di un delinquente, di un “thug”, quei capelli saranno visti come un problema. Il seguito degli avvenimenti verrà maggiormente seguìto,  interpretato e commentato dall’esterno adulto Colin Kaepernick, con una particolare presenza emotiva che coinvolge anche il pubblico, invitandolo nel frattempo a riflettere e stringendolo in un abbraccio dolce e allo stesso tempo amaro, colmo sia di tenerezza che di disappunto nei confronti delle ingiustizie. Il “piccolo Colin”, interpretato da Jaden Michael, si fa da subito voler bene e trascina con la sua carica a prestare attenzione alla sua storia, riuscendo al meglio nell’intento di renderla d’esempio. Colma di musica, tracce e immagini di famosi artisti afroamericani, la prima puntata è da subito un accattivante invito a rimanere ad ascoltare, lasciando anche agli appassionati di musica un assaggio di quello che risulta essere l’inizio di un subplot interessante, sulle note dell’hip-hop. Il coraggio, la speranza e i guai di Colin ci tengono incollati alla sedia, forse pronti anche noi per scattare in campo.

 

 


Le parole dello sguardo - Percorsi per una visione consapevole in sala

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